24 Ottobre 2026

ANDREA BORDINO, UNO DEI QUATTRO BEATI ALPINI E LA SUA PARABOLA: DALL’INFERNO DELLA RUSSIA ALLA SANTITA’ NEL SERVIZIO

La parabola esistenziale di Fratel Luigi della Consolata, al secolo Andrea Bordino, rappresenta uno dei capitoli più intensi e commoventi della santità sociale piemontese del Novecento. La sua vita è stata un ponte tra due mondi apparentemente inconciliabili: la violenza brutale della guerra in prima linea e la tenerezza silenziosa delle corsie d’ospedale. Andrea Bordino nacque il 12 agosto 1922 a Castellinaldo d’Alba, nel cuore del Roero, in una numerosa famiglia di vignaioli.

Fratel Luigi della Consolata

Terzogenito di otto figli, Andrea crebbe in un ambiente intriso di una fede semplice e robusta, scandita dal lavoro nelle vigne e dalla preghiera quotidiana. Nonostante non eccellesse negli studi, dimostrò fin da subito una tempra fisica notevole e un carattere esuberante, diventando campione locale di pallone elastico. La sua formazione cristiana maturò nell’Azione Cattolica, di cui divenne presidente parrocchiale a soli diciannove anni, distinguendosi per una leadership umile ma trascinante.

Nel gennaio del 1942, la vita di Andrea subì una brusca sterzata: venne arruolato nel 4° Reggimento di Artiglieria Alpina della Divisione “Cuneense”. Dopo un periodo di addestramento a Cuneo, dove ebbe la sorpresa di ritrovare il fratello maggiore Risbaldo, partì per il fronte orientale nell’agosto dello stesso anno. Andrea non combatté mai in prima linea; il suo compito era il vettovagliamento, ovvero la cura dei sei muli del comando e la distribuzione di provviste e coperte ai commilitoni.

In questo contesto di “assurda carneficina”, la sua carità iniziò a manifestarsi in gesti concreti: si privava del cibo per sfamare gli Alpini esausti, come quando distribuì una forma di formaggio e dell’olio ricevuti in custodia da un compagno ai soldati che morivano di fame. Il vero inferno iniziò con la ritirata del Don nel dicembre 1942. In un paesaggio spettrale, con temperature che scendevano fino a 40°C o 50°C, Andrea e Risbaldo cercarono di sopravvivere alla “morte bianca”.

Andrea Bordino in divisa da artigliere alpino

Durante una notte drammatica, avvinghiati l’uno all’altro per non gelare, i due fratelli fecero un voto: se fossero tornati vivi, avrebbero costruito un pilone alla Madonna Consolata vicino alla loro casa. Al risveglio, si ritrovarono circondati da centinaia di cadaveri congelati, ma loro erano vivi. Andrea vide in quella salvezza un segno della Provvidenza. Il 26 gennaio 1943, Andrea e Risbaldo vennero catturati dai sovietici a Valujki. Iniziò così un calvario di tre anni tra i lager siberiani e i campi dell’Uzbekistan.

Andrea finì nel famigerato “Campo 99” di Spassk, in Siberia, dove la mortalità era altissima. Ridotto a una “larva umana”, Andrea non smise di occuparsi degli altri. Nel lazzaretto del campo, si prese cura dei malati di tifo e dei moribondi, pulendoli e trasportandoli di peso per i loro bisogni fisici, eludendo i controlli e rischiando il contagio. Fu proprio in questo “lazzaretto di morte” che la sua vocazione religiosa si solidificò definitivamente: promise a Dio di dedicare il resto della sua vita ai sofferenti se fosse tornato a casa.

Andrea tornò in Italia nell’ottobre del 1945, pesando appena 40 kg. Dopo aver onorato il voto della costruzione del pilone votivo a Castellinaldo, comprese che la vita del villaggio non poteva più soddisfare il suo desiderio di donazione. Il 23 luglio 1946, insieme alla sorella Clelia, bussò alla porta della Piccola Casa della Divina Provvidenza (Cottolengo) a Torino. Andrea divenne Fratel Luigi della Consolata. Nel postulandato iniziò dai lavori più umili: lavare i piatti, pulire i pavimenti e occuparsi dell’igiene dei malati più gravi, spesso “barboni” o persone con disabilità psichiche complesse.

Fratel Luigi con il camice da infermiere

La sua mole robusta e la sua gentilezza gli valsero il soprannome di “Gigante buono”. Fratel Luigi comprese che la carità necessitava di competenza. Tra il 1950 e il 1951 frequentò un corso di scuola infermieristica con profitto eccezionale. Divenne un anestesista di straordinaria bravura e un punto di riferimento per il settore ortopedico e chirurgico del Cottolengo. I medici lo consultavano con riverenza: dove la scienza non arrivava a consolare, arrivava il sorriso pacato di Fratel Luigi.

Per oltre vent’anni, visse una quotidianità fatta di servizio instancabile: dalle cinque del mattino a tarda sera, alternava la sala operatoria alla preghiera profonda. Era “l’uomo che seppelliva tutto”, capace di appianare le divergenze tra medici e caposala con la sua sola presenza pacificante. Fu anche un pioniere nella donazione del sangue, offrendolo spesso in situazioni di emergenza per salvare vite umane. Nel giugno 1975, Fratel Luigi avvertì i primi sintomi di quella che lui stesso, grazie alle sue conoscenze mediche, diagnosticò come leucemia mieloide.

Accolse la notizia con una serenità sovrumana, ripetendo il suo caratteristico “Deo Gratias”. Quando gli fu proposto di andare in America per tentare cure sperimentali, rifiutò categoricamente, preferendo morire in seno alla sua comunità. Negli ultimi mesi di vita, colpito da una testimonianza in televisione, decise di iscriversi all’AIDO per donare i suoi organi. Morì il 25 agosto 1977, a 55 anni. Le sue cornee, uniche parti sane rimaste nel suo corpo martoriato, furono trapiantate in due persone non vedenti: fu il suo ultimo atto di carità terrena.

La fama di santità di Fratel Luigi si diffuse rapidamente. Dichiarato Venerabile da San Giovanni Paolo II nel 2003, è stato proclamato Beato a Torino il 2 maggio 2015 da Papa Francesco, diventando uno dei 4 beati Alpini. Gli altri sono Don Secondo Pollo, Don Carlo Gnocchi e Teresio Olivelli. Il miracolo riconosciuto per la beatificazione riguarda la guarigione inspiegabile di Suor Maddalena Berruto, colpita da un tumore alla vescica nel 1989. Oggi Fratel Luigi Bordino è venerato come l’”Alpino della carità”.

La sua eredità continua attraverso la Casa Bordino Onlus, centro di ricerca per malati psichici, e nel ricordo indelebile di chi ha visto in lui un “buon samaritano” che ha saputo portare la luce di Dio fin nelle steppe ghiacciate della Siberia.

 

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