DALL’ORTIGARA AL DOVERE CIVILE: LA NASCITA E L’EVOLUZIONE DELL’ASSOCIAZIONE NAZIONALE ALPINI
L’8 luglio 1919, in una Milano che cercava faticosamente di risorgere dalle macerie umane e sociali del primo conflitto mondiale, un gruppo di reduci si riunì presso la birreria Spaten in Galleria Vittorio Emanuele. Tra di loro c’erano uomini animati da una visione precisa, guidati da Arturo Andreoletti, unanimemente considerato il padre fondatore di quella che sarebbe diventata la più grande associazione d’arma d’Europa: l’Associazione Nazionale Alpini l’ANA come la conosciamo noi oggi.
Le motivazioni originarie erano figlie di un bisogno urgente e profondo: non disperdere quel patrimonio di fratellanza, solidarietà e reciproca assistenza nato nel fango e nel sangue delle trincee. La guerra era finita, ma lasciava un’eredità drammatica di mutilati, orfani e vedove. L’ANA nacque per non lasciare indietro nessuno, stringendo in un unico fascio gli alpini in congedo, difendendo le tradizioni del Corpo e mantenendo vivo il legame spirituale con i compagni rimasti sui campi di battaglia.
Nulla di ciò che oggi caratterizza le moderne e festose Adunate Nazionali — con le loro sfilate colorate, il calore delle fanfare e l’abbraccio gioioso delle città ospitanti — era presente in quello che fu il primo storico convegno nazionale dell’associazione. Nel settembre del 1920, gli alpini non scelsero una comoda città di pianura, bensì una delle vette più sacre, impervie e dolorose della loro storia: il Monte Ortigara.
L’Ortigara, un brullo altopiano carsico situato al confine tra Veneto e Trentino, era stato il teatro, nel giugno del 1917, di una delle battaglie più spaventose e cruente del fronte italiano. Per tre settimane, migliaia di soldati si erano contesi pochi metri di roccia nuda sotto il fuoco incrociato e incessante delle artiglierie. Quell’ammasso di pietra divenne il vero e proprio “Calvario degli Alpini”: interi battaglioni vennero decimati nel tentativo di conquistare la quota 2105.
Salire lassù nel 1920 non significava festeggiare, ma compiere un pellegrinaggio di straziante memoria. I reduci risalirono quei sentieri ancora segnati dai reticolati, dai bossoli e dai resti affioranti dei loro stessi commilitoni, in un atto di pura pietà e di orgoglio di corpo. Proprio sulla cima dell’Ortigara, per rendere perenne il ricordo di quel sacrificio, venne eretta la celebre Colonna Mozza. Si tratta di un troncone di colonna romana in marmo, trasportato lassù a spalle con uno sforzo titanico dagli stessi alpini in congedo.
Il significato del monumento risiede interamente nella sua tragica e immediata simbologia: la colonna spezzata rappresenta le giovani vite dei soldati, troncate nel fiore degli anni dalla violenza della guerra. Su di essa vennero incise tre parole destinate a diventare un dogma per le generazioni a venire: “Per non dimenticare”. Da quel momento, quel pezzo di pietra divenne il faro spirituale dell’Associazione, il monito visibile che legava indissolubilmente i sopravvissuti ai caduti.
Nel secondo dopoguerra, l’Italia si ritrovò profondamente mutata e l’ANA affrontò un bivio esistenziale. Il rischio concreto era quello di scivolare in un “reducismo” sterile e nostalgico, una celebrazione autoreferenziale del passato che avrebbe allontanato l’associazione dalla società civile.
La svolta fu straordinaria: l’ANA scelse di trasformare la memoria da un esercizio di puro ricordo a un motore di azione sociale. I valori della trincea — lo spirito di cordata, la solidarietà spontanea, la capacità di resistere nelle condizioni più estreme — vennero messi a totale disposizione della collettività. La transizione da associazione d’arma a pilastro del volontariato si consolidò in occasione delle grandi calamità naturali che colpirono il Paese.
Se già durante il disastro del Vajont nel 1963 gli alpini accorsero spontaneamente, fu con il devastante terremoto del Friuli del 1976 che il mondo intero comprese la portata di questa evoluzione. Le penne nere in congedo non si limitarono a piangere i morti, ma organizzarono i soccorsi, allestirono tendopoli e costruirono interi villaggi.
Fu in quel laboratorio di solidarietà che nacque ufficialmente la Protezione Civile dell’ANA, oggi una struttura d’eccellenza capace di mobilitare in pochissime ore migliaia di volontari specializzati, dotati di mezzi moderni e ospedali da campo, sempre in prima linea in ogni emergenza nazionale. Questo straordinario percorso identitario trovò la sua sintesi verbale definitiva in un motto che è diventato il manifesto programmatico di ogni alpino: “Onorare i morti aiutando i vivi”.
Questa frase, potente e immediata, fu coniata da una delle figure più carismatiche e amate dell’intera storia associativa: il past presidente nazionale Leonardo “Nardo” Caprioli. Medico bergamasco, Caprioli non era un teorico della solidarietà, ma un uomo che aveva misurato il peso della sofferenza nei contesti più drammatici. Ufficiale del Battaglione “Edolo” della Divisione Tridentina, Caprioli era un reduce della tragica campagna di Russia.
Aveva vissuto l’inferno del Don, i chilometri a piedi nella steppa ghiacciata a quaranta gradi sottozero e la disperata battaglia di rottura a Nikolajewka. Sopravvissuto a quell’ecatombe, Caprioli portò per sempre nel cuore il debito morale verso chi era rimasto nella neve. Alla guida dell’ANA dal 1984 al 1998, comprese che l’unico modo per dare un senso alla propria sopravvivenza fosse mettersi al servizio di chi soffriva nel presente.
A più di un secolo dalla fondazione, l’Associazione Nazionale Alpini porta avanti questo mandato. La Colonna Mozza sull’Ortigara non è solo un monumento del passato, ma la radice profonda da cui trae linfa un impegno quotidiano fatto di assistenza, volontariato, protezione civile e solidarietà, dimostrando che il modo migliore per ricordare chi è andato “avanti” è tendere la mano a chi è rimasto indietro.
Luca Parenti
Capogruppo
