LA FERITA DI CERCIVENTO, LA TRISTE STORIA DEI QUATTRO ALPINI FUCILATI: SANGUE INNOCENTE SULL’ALTARE DELLA GUERRA
Sulle vette aspre della Carnia, dove il cielo sembra baciare le rocce tormentate dal vento, il silenzio non è mai solo assenza di rumore. È un respiro profondo, intriso di una memoria che le genti di montagna hanno custodito per oltre un secolo sotto la cenere del pudore e del dolore. In quelle valli, la Grande Guerra non è stata solo una cronaca di eroismi ufficiali e di trincee scavate nel ghiaccio; è stata anche la tragedia di un’ingiustizia che ha colpito al cuore il legame più sacro: quello tra il soldato, la sua terra e il suo onore.

La storia dei “Fusilâts di Çurçuvint” (i Fucilati di Cercivento) non è la narrazione di un tradimento, ma il martirio di quattro Alpini che ebbero la sola colpa di amare troppo la vita dei propri compagni e di conoscere troppo bene le cime di casa loro. Per comprendere ciò che accadde all’alba del 1° luglio 1916, bisogna guardare a quelle mostrine verdi che ornavano le giubbe della 109ª Compagnia del Battaglione “Monte Arvenis”, 8° Reggimento Alpini. Erano uomini figli di un reclutamento “di valle”, montanari che portavano addosso l’odore del fieno e la forza della pietra carnica.
Quei soldati non combattevano su una scacchiera astratta: difendevano i confini dei propri campi, i pascoli dove avevano pascolato le mandrie, le cime che vedevano dalle finestre delle loro case, come il Pal Piccolo, il Pal Grande e l’imponente massiccio del Cellon. Molti di loro erano stati emigranti in Austria, parlavano tedesco o il dialetto locale meglio dell’italiano e conoscevano i “nemici” dall’altra parte della linea per nome, avendo spesso condiviso con loro il pane del lavoro nelle segherie della Carinzia prima che la follia del conflitto dividesse il mondo.
Questo legame viscerale con il territorio, che avrebbe dovuto essere una risorsa preziosa per i comandi, divenne invece motivo di sospetto per ufficiali “forestieri”, intrisi di una disciplina prussiana e sordi alla saggezza antica di chi la montagna la vive e non la subisce. La crisi maturò alla fine di giugno del 1916. Alla 109ª fu ordinato di riconquistare la cima orientale della Creta di Collinetta (Monte Cellon), a quota 2.200 metri. L’ordine era di una ferocia ottusa: un assalto frontale, in pieno giorno, su una parete nuda e scoperta, sotto il tiro incrociato delle mitragliatrici austriache e senza alcuna copertura di artiglieria.

Un’azione analoga, tentata mesi prima, era costata centinaia di vite umane, corpi macellati che giacevano ancora insepolti tra i crepacci. Il caporal maggiore Silvio Gaetano Ortis, un contadino di Paluzza di venticinque anni, non era un vile. Sul petto portava orgogliosamente due medaglie al valore guadagnate nel deserto della Libia e nelle fasi iniziali della Grande Guerra. Fu lui a farsi portavoce del dissenso dei suoi Alpini davanti al capitano Armando Cioffi.
Ortis non rifiutò di combattere, ma propose la via della saggezza tattica: attendere la notte o il levarsi della fitta nebbia che spesso avvolgeva la cima, per risalire silenziosamente un canalone laterale usando gli “scarpèts” (le calzature di panno locali) per non fare rumore e sorprendere il nemico. “Non dobbiamo andare a farci ammazzare da stupidi”, fu il grido muto che corse tra le baracche. Ma per Cioffi, quel suggerimento di buon senso fu interpretato come “rivolta in faccia al nemico”. Ottanta Alpini furono arrestati e trascinati a Cercivento.
Qui, la giustizia militare mise in scena una parodia di diritto che resta una macchia indelebile nella nostra storia. Il tribunale straordinario fu allestito nella chiesa parrocchiale di San Martino, un gesto che la popolazione locale visse come una profanazione inaudita. Il parroco, don Luigi Zuliani, in un atto di muta e potente protesta, rimosse il Santissimo e il Crocifisso dall’altare, rifiutandosi di convalidare con la sacralità del luogo quel processo farsa. Il dibattimento durò poche ore: ottanta uomini furono interrogati in fretta, con una media di soli nove minuti a testa per difendere la propria vita.

Alle tre del mattino del 1° luglio 1916 venne emessa la sentenza: ventinove condanne a pene detentive pesantissime e quattro condanne a morte. I nomi dei condannati non furono scelti per l’effettiva responsabilità, ma secondo una logica di decimazione arbitraria che colpì anche chi non era presente nel momento della protesta. Alle 4:58 del mattino, mentre la prima luce del sole incendiava le vette che tanto amavano, Silvio Gaetano Ortis (Paluzza), Basilio Matiz (Timau), Giovan Battista Corradazzi (Forni di Sopra) e Angelo Massaro (Maniago) furono condotti dietro il muro del cimitero di Cercivento.
Insieme non facevano cent’anni. Don Zuliani cercò disperatamente di intercedere, offrendosi persino di morire al loro posto, gridando che erano uomini e non bestie, ma fu allontanato con la forza. I soldati del plotone di esecuzione, commilitoni dei condannati, si rifiutarono di sparare ai propri fratelli, costringendo i comandi a ricorrere ai Carabinieri. Le mostrine dei graduati vennero tagliate con le baionette perché il panno resistente delle divise alpine non si strappava. I quattro furono legati a delle sedie e bendati.
La scarica uccise tre dei giovani; Basilio Matiz, rimasto ferito e agonizzante, dovette subire l’orrore del colpo di grazia alla testa impartito dall’ufficiale. Un vecchio del paese, assistendo alla scena, gridò contro i militari: “Vigliacchi, siete venuti solo a portare guerra e ad ammazzare i nostri figli!”. L’ironia più amara e crudele emerse pochi giorni dopo: il Monte Cellon fu effettivamente espugnato da un altro reparto che utilizzò esattamente la strategia suggerita da Ortis, attaccando di notte protetto dalla nebbia.

Per decenni, questi quattro figli della Carnia furono condannati a una seconda morte: la damnatio memoriae. I loro nomi furono esclusi dall’Albo d’Oro, le loro famiglie private di pensioni e marchiate dall’onta del disonore, costrette a vivere nel silenzio di una vergogna non loro. La madre di Ortis vendette il suo unico campo per pagare un avvocato che non poté fare nulla contro una burocrazia militare che richiedeva “la firma autografa dell’interessato” per avviare la riabilitazione di un fucilato. Solo la tenacia dei discendenti, come Mario Flora, nipote di Ortis, e la sensibilità delle istituzioni locali hanno permesso di squarciare il velo.
Oggi, Cercivento ospita un cippo di pietra del Monte Cellon che onora quelli che lo Stato definì disertori. Finalmente, dopo un secolo di battaglie, la Regione Friuli Venezia Giulia ha approvato nel 2021 la Legge n. 7 per la restituzione dell’onore ai propri caduti. Il 1° luglio 2022, per la prima volta in 106 anni, un picchetto armato della Brigata “Julia” ha reso gli onori militari ai quattro Alpini davanti a quel cippo. Le penne nere sono tornate a inchinarsi davanti a Ortis e ai suoi compagni, riconoscendo in loro non dei disertori, ma dei martiri della dignità umana.
Ricordare i fucilati di Cercivento oggi significa onorare tutti i soldati caduti per “mano amica” nella Grande Guerra, vittime di una visione disumana della disciplina. Significa riconoscere che il vero onore di un Alpino non risiede nell’obbedienza cieca a un ordine folle, ma nella fedeltà a quei valori di umanità e fratellanza che il nostro cappello porta da oltre un secolo tra le cime e nel fango delle valli. Silvio, Basilio, Giovan Battista e Angelo sono finalmente tornati a casa, nel “Paradiso di Cantore”, dove non ci sono più ordini suicidi, ma solo il silenzio pulito delle stelle alpine che il loro sangue ha nutrito. Onore ai Caduti.
