9 Settembre 2026

L ’11 dicembre 1942 prendeva il via l’operazione dell’esercito russo denominata “Piccolo Saturno”. Era l’inizio della fine per l’ARMIR, il corpo d’armatA italiano in Russia, Dal 16 al 19 dicembre le armate di Stalin, dopo una serie di attacchi minori per saggiare e conoscere la consistenza delle difese dell’asse nel “medio Don” irrompevano cercando con una manovra a tenaglia di circondare le truppe italo-tedesco-rumene e tagliarle fuori dal resto dello schieramento.

Dopo i primi due giorni di combattimenti, in cui le divisioni italiane tennero eroicamente le posizioni difensive, i sovietici riuscirono a penetrare in profondità. Per evitare un accerchiamento generale, dopo alcune fasi confuse e drammatiche, le divisioni del 2°, 29° e 35° Corpo d’armata iniziarono dal 19 dicembre la ritirata che si svolse in condizioni climatiche estreme, nella disorganizzazione e sotto il costante attacco del nemico. Dopo aver subito dure perdite a Arbuzovka, Verchne Cirskaja, Kantemirovka, Kalmikov e Čertkovo, i resti dei tre corpi d’armata, divisi in due colonne raggiunsero le linee tedesche alla fine dell’anno.

A causa di questa azione di sfondamento soccombettero le divisioni Cosseria, Ravenna, Pasubio, Torino, Celere e Sforzesca che vennero praticamente quasi annientate. Le unità italiane, durante questa fase delle offensive sovietiche, subirono 43.000 perdite definitive e si contarono 19.300 casi di congelamento. In totale con le divisioni rumene, una tedesca e la Legione Croata, le perdite totali furono di circa 120.000 tra morti e prigionieri.

Il 12 gennaio 1943 le forze sovietiche del Fronte di Voronež diedero inizio ad una nuova offensiva sull’alto Don che coinvolse il Corpo d’armata alpino che, dopo la disfatta di dicembre, aveva mantenuto le sue posizioni sul fiume affiancato sulla sinistra dalla debole 2° Armata ungherese e sulla destra dal precario schieramento del 24° Panzerkorps tedesco. L’attacco sovietico, sferrato con il concorso di un numero molto elevato di unità corazzate, scardinò rapidamente le difese dell’Asse sui fianchi del corpo alpino che quindi venne aggirato.

La situazione divenne critica il 15 gennaio; la colonna di destra, il 12° Corpo corazzato del generale Zinkovič, il mattino fece irruzione di sorpresa dentro Rossosch, quartier generale del Corpo alpino: dopo la confusione iniziale, un coraggioso contrattacco respinse i sovietici, ma già il 16 gennaio i carri armati ritornarono all’attacco; Rossosch cadde; il Corpo alpino rischiava di rimanere tagliato fuori, il 24° Panzerkorps era già in rotta.

Il 17 gennaio il 15° Corpo corazzato raggiunse Alekseevka dove si congiunse con le unità della 40° Armata sovietica che avevano sgominato le difese ungheresi. Alle 11.00 del 17 gennaio finalmente il comando dell’ARMIR ordinò lo sganciamento e la ritirata delle divisioni alpine. Una massa di circa 70.000 uomini si mosse con confusione e disorganizzazione; non essendo stati fatti preparativi per una ritirata metodica, i mezzi e le artiglierie furono abbandonate sul posto; le comunicazioni con il comando dell’ARMIR furono subito interrotte, gli unici mezzi di sfondamento disponibili erano quattro cannoni d’assalto tedeschi Sturmgeschütz III.

Alla enorme colonna composta dalle tre divisioni alpine e dalla divisione Vicenza, si unirono lungo la strada circa 10.000 tedeschi, i resti del 24° Panzerkorps, e tra 2.000 e 7.000 truppe ungheresi sbandate provenienti da nord che cercavano di sfuggire alla prigionia. Le unità alpine, frammischiate a reparti sbandati ungheresi e ad alcuni reparti tedeschi, si aprirono la strada verso ovest con continui combattimenti che costarono pesanti perdite.

Infine i resti della 2ª Divisione alpina “Tridentina” condotti dal generale Luigi Reverberi sfondarono l’ultimo sbarramento sovietico a Nikolajewka il 26 gennaio e giunsero in salvo, mentre quello che rimaneva delle altre due divisioni alpine e la 156° Divisione fanteria “Vicenza” furono accerchiate a Valujki il 28 gennaio e costrette alla resa. Questa seconda fase della battaglia del Don costò oltre 35.000 perdite definitive e 10.000 casi di congelamento e decretò il definitivo ritiro delle residue truppe italiane dal fronte russo.

 

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