9 Settembre 2026
Il monumento eretto nel luogo dell’eccidio dei 17 alpini

L’eccidio di Forte Tortagna rappresenta una delle pagine più dolorose e complesse della guerra civile italiana (19431945). Verso la fine di novembre del 1944, un gruppo di 17 artiglieri alpini della Repubblica Sociale Italiana (RSI), appartenenti al Battaglione “Cadore” della Divisione “Monterosa”, fu catturato da partigiani della 5ª Brigata Garibaldina dopo un violento scontro. Detenuti in condizioni disumane presso il Forte Tortagna, sul Colle del Melogno in provincia di Savona, vennero fucilati all’alba del 27 novembre.

L’entrata del Forte Tortagna

Questo evento, a lungo rimosso dalla storiografia ufficiale, getta luce sulla brutalità del conflitto fratricida che segnò gli ultimi anni della Seconda Guerra Mondiale in Italia. La cattura degli alpini fu la conseguenza diretta di una dura battaglia combattuta in un’area montana impervia, dove le forze in campo erano nettamente sbilanciate. Lo scontro vide contrapposti due schieramenti. Da una parte due plotoni della 67ª compagnia del Battaglione “Cadore”, inquadrato nella Divisione Alpina “Monterosa” dell’Esercito Nazionale Repubblicano.

Dall’altra la 5° Brigata Partigiana Garibaldina, una formazione ben equipaggiata e ben armata, preponderante per numero rispetto ai due plotoni della “Monterosa” e organizzata in tre distaccamenti. Il combattimento iniziò sulla strada montana oltre Bardineto. Lo scontro fu da subito violentissimo e si protrasse per otto ore. Durante le prime fasi, il comandante del plotone di artiglieria alpina, il tenente Armando Merati, rimase ucciso. Il comando fu prontamente assunto dal sottotenente medico Mario Da Re, che guidò i suoi uomini con valore, infliggendo forti perdite alle forze partigiane.

La traslazione delle salme al cimitero di Ceneda a Vittorio Veneto

Nello scontro perse la vita anche l’alpino Primo Durante. Nonostante l’accanita resistenza, la superiorità numerica nemica si rivelò decisiva. Uno dei due plotoni repubblicani riuscì a sganciarsi e a ritirarsi verso Ceva, allertando il proprio comando dell’accaduto. L’altro plotone, rimasto isolato, fu completamente accerchiato. Al termine di una lunga e sanguinosa resistenza, i superstiti del plotone accerchiato furono costretti alla resa. Con la fine dei combattimenti, iniziò per i 17 artiglieri alpini superstiti un breve e tragico calvario.

Completamente circondati e senza la possibilità di ricevere rinforzi immediati, i 17 alpini superstiti del plotone furono costretti alla resa, venendo disarmati e dichiarati prigionieri di guerra dalle forze partigiane. I prigionieri furono condotti al Forte Tortagna e sottoposti a un trattamento brutale, in spregio a qualsiasi convenzione militare. Immediatamente dopo la cattura, furono privati non solo delle armi, ma anche del loro abbigliamento personale, incluse giacche, maglioni e calzature.

Vennero poi rinchiusi in una cantina o in una segreta umida e gelida situata nel livello più basso della fortificazione. Le condizioni di prigionia furono proibitive: si trovavano a quota 1030 metri, nel freddo pungente di fine novembre, costretti ad affrontare la notte quasi svestiti e prossimi all’assideramento. La loro già disperata situazione divenne senza speranza quando ai partigiani giunse notizia dell’imminente contrattacco della RSI, innescando la decisione che avrebbe segnato il loro destino. La prigionia durò meno di un giorno, concludendosi con una decisione spietata dettata da ragioni tattiche.

L’iscrizione con i nomi dei 17 alpini

Informati dell’imminente contrattacco delle truppe della RSI per liberare i loro camerati, i comandi partigiani presero la decisione di eliminare i prigionieri. La fucilazione fu motivata dalla volontà di evitare che gli alpini potessero essere liberati e tornare a combattere. Alle prime luci del 27 novembre 1944, i partigiani iniziarono a prelevare i prigionieri dalla loro cella per condurli davanti a un plotone d’esecuzione, in uno spiazzo all’interno della foresta.

Quando il comandante Mario Da Re comprese quale sorte attendeva lui e i suoi uomini, li incitò ad affrontare la morte con coraggio, invitandoli a intonare le canzoni degli alpini. In quella livida mattina, nella foresta del Colle Tortagna, il suono malinconico e struggente dei canti si mescolò al crepitio delle armi da fuoco. L’ultimo a cadere fu proprio il sottotenente Da Re, che morì gridando “Viva l’Italia”. Alla strage sopravvisse un solo militare, il diciassettenne Albareti, a cui fu concessa la grazia su esplicita richiesta del suo comandante il sottotenente medico Mario Da Re, al quale per il suo comportamento eroico, fu conferita la Medaglia d’oro al Valor Militare dal governo della Repubblica Sociale Italiana.

Particolare della statua del Cristo del monumento

Tuttavia, tale onorificenza non è mai stata riconosciuta dalla Repubblica Italiana, lasciando il suo sacrificio e quello dei suoi uomini in una sorta di limbo istituzionale. La fine della loro vita fu solo l’inizio di un lungo percorso per il recupero dei loro corpi e della loro storia. I corpi dei 16 militari fucilati rimasero sepolti sul luogo della strage per quattordici anni. Solo nel 1958 fu possibile esumarli, ricomporli e trasferirli per una degna sepoltura nel Cimitero di Ceneda a Vittorio fatto dalle mani di alcuni reduci che commemora la strage.

È formato da un blocco irregolare di pietre cementare fra di loro, a forma di parallelepipedo, su di esso sfalsate si ergono tre semplici croci fatte con dei tondini di acciaio, sul davanti del blocco è stata affissa una targa di ottone lucido con incisi i nomi dei caduti, elecati per ordine di grado, accanto ai nomi, il luogo e l’anno di nascita. Dietro al blocco una lapide triangolare di pietra bianca con una breve frase: “a ricordo dei 17 alpini del battaglione Cadore, caduti il 27 novembre 1944”, sormontata da una stella.

Su di essa una statua del Cristo che mostra il suo cuore ferito e sanguinante. Dietro a semicerchio due archi di macigni squadrati e davanti al cippo una piccola circonferenza di sassi, tutto attorno una foresta secolare di centinaia di alberi come sentinelle mute e silenziose a guardia della sacralià del sito. L’episodio di Forte Tortagna è stato a lungo oggetto di “vuoti di memoria” nella storiografia ufficiale del dopoguerra, poiché stride con una narrazione che talvolta si è basata su “verità selezionate” per presentare una Resistenza senza macchia. Rappresenta, invece, un capitolo complesso e doloroso della guerra civile, un monito sulle tragiche conseguenze dell’odio fratricida e sulla necessità di una memoria storica completa e onesta.

 

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