Il 25 aprile è una data che rischia, ogni anno, di essere imprigionata nelle letture di parte. Eppure la storia di alcuni uomini — rari, essenziali, irriducibili — ci costringe a guardare oltre gli schieramenti. Tra questi c’è Aldo Gastaldi, detto “Bisagno”, figura luminosa e insieme tragica della Resistenza italiana.
Nato a Genova nel 1921, morto a soli ventitré anni il 21 maggio 1945 in un incidente mai del tutto chiarito, Gastaldi è ricordato come uno dei primi partigiani d’Italia, definito così da Paolo Emilio Taviani per la prontezza con cui, fin dall’8 settembre, scelse la via della lotta contro il nazifascismo. Ma ridurlo a un simbolo sarebbe tradirlo.
Perché Bisagno non fu un’icona: fu un uomo libero. E la sua libertà non nasceva da un’ideologia, ma da una coscienza formata, esigente, radicata nella fede cristiana. Cattolico convinto, apartitico per scelta, rifiutò sempre di piegare la Resistenza a un progetto politico. Non combatteva per un partito, ma per l’uomo. Lo ripeteva ai suoi: non lottiamo per “un careghìn”, una poltrona, ma per la giustizia e per la nostra terra.
La sua storia militare è rapida e intensa. Sottotenente del Genio, l’8 settembre 1943 si oppose ai tedeschi a Chiavari, nascose le armi per impedire che cadessero nelle loro mani e si diede alla macchia. Da quel gesto nacque il primo nucleo della futura Divisione Cichero, sulle alture di San Colombano Certenoli, che sarebbe diventata una delle formazioni più note e temute della Resistenza ligure.
Gastaldi, insieme al comunista Giovanni Serbandini “Bini”, stabilì un codice morale severissimo, passato alla storia come Codice di Cichero: rispetto assoluto dei civili, divieto di violenze gratuite, disciplina rigorosa, rifiuto della bestemmia, dignità anche verso il nemico. Il capo — così prescriveva il codice — doveva essere il primo nei pericoli e l’ultimo a mangiare.
Non era retorica: era vita quotidiana. E Bisagno lo incarnava con radicalità. Questa impostazione, profondamente umana e cristiana, lo portò spesso in contrasto con le spinte ideologiche presenti nella Resistenza. Pur operando nelle Brigate Garibaldi, politicamente vicine al PCI, difese con forza l’autonomia morale della sua brigata, opponendosi alla politicizzazione forzata del movimento partigiano.
La sua leadership non era autoritaria, ma autorevole. I partigiani lo elessero capo per il coraggio, la sobrietà, la capacità di ascolto. Molti alpini del Battaglione “Vestone” della Divisione Monterosa — inizialmente inquadrati nell’esercito della RSI — disertarono e si unirono alla Cichero proprio grazie alla sua influenza e alla sua umanità. Bisagno non divideva il mondo tra buoni e cattivi: cercava l’uomo, sempre.
Anche nella guerra. Anche quando sarebbe stato più facile odiare. Per questo la sua figura continua a interrogare: perché mostra che la libertà non nasce dalla contrapposizione, ma dalla responsabilità personale. Il 21 maggio 1945, un mese dopo la Liberazione, morì cadendo dal tetto della cabina di un camion mentre accompagnava alcuni dei suoi uomini verso casa. Una morte improvvisa, che molti giudicarono sospetta, ma che soprattutto lasciò un vuoto enorme. Aveva ventitré anni.
Per il suo valore gli fu conferita la Medaglia d’Oro al Valor Militare alla memoria con la seguente motivazione “Fra i primissimi ad accorrere in difesa della sua terra oppressa dal nemico partecipava a numerose azioni di guerra alla testa dei suoi partigiani che lo avevano eletto capo per l’indomito coraggio e l’alto spirito di sacrificio sempre ed ovunque dimostrati. Audace assertore di azioni di sabotaggio distruggeva con leggendario ardimento e tecnica perfetta importanti opere fortificate avversarie, inseguendo, disperdendo e catturando i nemici atterriti, ma ammirati, dalla sua audacia. Mentre completava la sua missione restituendo alle loro case i partigiani superstiti della lotta, suggellava con la morte la sua giovane eroica esistenza. Val Trebbia, Val d’Aveto, Genova, settembre 1943 maggio 1945”.
Oggi è in corso la causa di beatificazione e canonizzazione di Aldo Gastaldi, “Bisagno”, primo partigiano d’Italia e medaglia d’oro, nella Chiesa cattolica, promulgata con un apposito editto in data 31 maggio 2019, dal cardinale Angelo Bagnasco. Il 25 aprile, alla luce della sua storia, non può essere una festa di parte. È una domanda. Una domanda che Bisagno ha incarnato con la sua vita: che cos’è la libertà? Joseph Ratzinger ricordava che la libertà non è fare ciò che si vuole, ma essere capaci del bene — quello vero, non quello definito dalle ideologie.
Una libertà separata dalla verità si autodistrugge. E il Vangelo di Giovanni lo afferma con forza: “La verità vi farà liberi” (Gv 8,32). Bisagno ha vissuto esattamente questo: non ha seguito un’idea, ma la verità incarnata nella coscienza. Non ha sacrificato l’uomo all’ideologia. Ha custodito la dignità anche quando tutto spingeva a negarla.
Per questo il 25 aprile non appartiene a nessuno. È un invito a tornare all’essenziale: la libertà non nasce dalle bandiere, ma da un cuore liberato. E senza uomini liberi — liberi interiormente, liberi dal rancore, liberi dalla menzogna — nessuna liberazione è possibile. La storia di Aldo Gastaldi “Bisagno” ci ricorda che la libertà non è un’eredità garantita, ma una responsabilità quotidiana. E che la Resistenza, prima di essere un evento storico, è un modo di stare nel mondo: scegliendo il bene, anche quando costa.
