Ci sono momenti in cui la storia di una nazione non si riflette nei grandi palazzi della politica o nelle aule parlamentari, ma si concentra tutta sul marciapiede di una via periferica, nel riverbero dei fari di una Fiat 850 in una mattina d’inverno. Era il 24 gennaio 1979. Genova, avvolta in una scura e umida alba di fabbrica, si apprestava a vivere una delle sue giornate più drammatiche.
In via Ischia, nel quartiere di Oregina, quattro colpi di pistola posero fine alla vita di Guido Rossa, 44 anni, operaio fresatore dell’Italsider di Cornigliano e delegato sindacale della Fiom-Cgil. Un omicidio rivendicato dalle Brigate Rosse che cambiò per sempre la percezione del terrorismo in Italia, spezzando quel velo di ambiguità che per troppo tempo aveva protetto l’estremismo armato sotto la formula del “compagni che sbagliano”.
Ma per capire chi fosse davvero Guido Rossa, e per comprendere la radice profonda di quel gesto di straordinaria e drammatica fermezza che lo condusse alla morte, è necessario spogliarlo per un attimo dall’iconografia del martire istituzionale. Bisogna guardare l’uomo oltre l’operaio, l’uomo che aveva costruito la propria dote caratteriale e la propria inflessibile rettitudine morale non sulle scartoffie della burocrazia, ma sulle pareti di roccia più impervie e nelle fila della più rigorosa disciplina militare.
Nato a Cesiomaggiore, in provincia di Belluno, il 1° dicembre 1934, Rossa si era trasferito da bambino a Torino con la famiglia. Cresciuto all’ombra delle grandi fabbriche piemontesi, sviluppò presto un carattere spigoloso, determinato, privo di fronzoli e refrattario ai compromessi. Una personalità che trovò una prima, fondamentale fucina formativa nel servizio militare di leva. Rossa non visse la naja come un mero obbligo da adempiere passivamente.
Fu arruolato negli Alpini Paracadutisti, un corpo d’élite dove la fatica quotidiana, il rigore e il superamento costante del limite individuale erano la norma. Nelle camerate e durante i durissimi addestramenti, tra i lanci nel vuoto e le marce forzate in alta quota, Guido forgiò quella resistenza fisica e psicologica che lo avrebbe accompagnato per tutta la vita. Incise persino sul metallo una frase che ne rifletteva l’orgoglio giovanile e la fierezza: «Noi siamo i migliori di una classe eletta».
Da quell’esperienza ereditò un rispetto assoluto per il dovere, un senso civico d’acciaio e una totale repulsione per la vigliaccheria. Chi lo conobbe in quegli anni lo descriveva come un giovane che affrontava la vita “a muso duro”, conscio delle proprie capacità e mai disposto a chinare la testa di fronte alle difficoltà o alle intimidazioni. Terminato il servizio militare, l’amore per la quota si trasformò in una totalizzante passione per l’alpinismo.
Guido Rossa non era un semplice escursionista della domenica; divenne in breve tempo uno dei più stimati ed esperti rocciatori del panorama torinese, entrando a far parte del prestigioso “Gruppo alta montagna” del CAI Uget di Torino. La montagna, per Rossa, non era una fuga dalla realtà, ma una scuola di vita e di rigore etico.
“Perché vado in montagna? Perché alpinismo vuol dire natura e perché in natura ritrovi l’autentico senso della vita, il segreto di una gioia interiore che nessuna vicenda terrestre potrà annientare”, scriveva in una delle sue lettere. Era un alpinista moderno, attratto dalla purezza della linea e dalla sfida tecnica della parete piuttosto che dalla mera conquista della vetta. Saliva d’istinto, di slancio, senza esitazioni.
Aprì vie nuove, come quella sulla parete nord del Corno Stella nelle Alpi Marittime, e legò il suo nome alla Rocca Sbarua, la celebre palestra di roccia dei torinesi. Lì, sfruttando la sua abilità manuale di operaio, fabbricò artigianalmente dei chiodi a pressione modificando particolari bulloni prelevati alla Fiat (dove lavorava all’epoca come fresatore), diventando il primo a chiodare quelle pareti.
Nel 1963, a soli 29 anni, la sua competenza lo portò a partecipare alla spedizione italiana in Himalaya organizzata per il centenario del CAI, mirata alla conquista dell’inesplorato Langtang-Lirung (7.227 metri) in Nepal. Ma la montagna, con le sue regole severe e la sua richiesta di assoluta lealtà, gli insegnò soprattutto a non mentire a se stesso. In cordata la vita dell’uno dipende da quella dell’altro: non c’è spazio per l’ipocrisia, per il calcolo politico o per la finzione.
Questa “verticalità” d’animo si impresse a fuoco nella sua coscienza. Ad un certo punto, però, Rossa avvertì un’urgenza interiore. Sentì che la montagna rischiava di diventare un isolamento egoistico, una “droga” – come la definì in una lettera del 1970 – che allontanava l’individuo dalle miserie e dalle lotte del mondo reale. Decise così di “scendere a valle”, di mettere la sua straordinaria energia e la sua intransigenza morale al servizio degli altri, immergendosi totalmente nella realtà operaia e sindacale.
Nel 1961, dopo il matrimonio con la genovese Silvia Carrara, Rossa si era trasferito in Liguria, trovando impiego all’Italsider di Cornigliano come addetto alla manutenzione degli strumenti di alta precisione. Un lavoro meticoloso che ben si sposava con le sue “mani d’oro”. In breve tempo, stimato dai compagni per la sua serietà e per la scarsa propensione alle parole vuote, venne eletto delegato sindacale della Fiom. Erano gli anni di piombo. Genova era uno dei cuori pulsanti della strategia brigatista.
Le fabbriche erano capillarmente infiltrate da militanti clandestini e fiancheggiatori che distribuivano volantini d’odio, cercando di fare proselitismo tra le tute blu. Molti sapevano, molti vedevano, ma la paura, l’opportunismo o una malintesa solidarietà di classe generavano una spessa coltre di omertà. “Non si denuncia un compagno di lavoro”, era il dogma non scritto che paralizzava i più. Ma Guido Rossa, l’ex alpino paracadutista che aveva guardato il vuoto e sfidato le tempeste in quota, non conosceva l’omertà.
La sua dirittura morale non gli permetteva di girare lo sguardo altrove. Per lui, chi minava la democrazia e usava il terrore non era un “compagno che sbagliava”, ma un criminale che minacciava le conquiste della classe operaia e la libertà di tutti. Il punto di svolta arrivò nell’ottobre del 1978. Durante un turno di lavoro, Rossa notò un operaio, Francesco Berardi, mentre lasciava copie di un foglio di propaganda brigatista su un tavolo della fabbrica.
Guido non esitò. Raccolse i volantini e andò a denunciare l’accaduto alla vigilanza interna e poi ai Carabinieri. Quando si trattò di firmare il verbale di denuncia e di testimoniare in tribunale, Rossa si ritrovò drammaticamente solo. Il sindacato e il partito tentennarono; altri delegati si tirarono indietro per paura. Lui no. Firmò quel foglio con lo stesso gesto fermo con cui piantava un chiodo nella roccia. Sapeva perfettamente a cosa andasse incontro.
Nei mesi successivi rifiutò la scorta permanente che alcuni operai volontari volevano organizzargli, non volendo far rischiare la vita ad altri per una scelta che considerava strettamente personale e civile. Continuò la sua vita di sempre, svegliandosi all’alba per andare al lavoro. La mattina del 24 gennaio 1979, il commando delle Brigate Rosse guidato da Riccardo Dura e Vincenzo Guagliardo lo attese sotto casa.
Secondo le intenzioni originarie di una parte dell’organizzazione, l’azione avrebbe dovuto limitarsi a un ferimento alle gambe, una “gambizzazione” punitiva. Guagliardo sparò alle gambe e Rossa cadde a terra ferito, ma non piegato. Fu allora che Riccardo Dura, con tragica e spietata ferocia, tornò indietro e gli sparò l’ultimo colpo, quello mortale, dritto al cuore.
Il corpo di Guido Rossa, riverso sul sedile della sua utilitaria, divenne immediatamente il simbolo di un riscatto nazionale. Ai suoi funerali, in una Piazza De Ferrari straripante sotto la pioggia, parteciparono 250.000 persone, tra cui il Presidente della Repubblica Sandro Pertini, che con la sua presenza ruppe ogni protocollo per stringere le mani dei camalli e degli operai genovesi.
Quel giorno, il terrorismo perse definitivamente la sua battaglia più importante: quella per il consenso nelle fabbriche. La classe operaia comprese che le BR non erano l’avanguardia del proletariato, ma i suoi assassini. La dritta e inflessibile linea di vita di Guido Rossa, formata tra le vette alpine, i paracadute e le officine, aveva tracciato un confine indelebile tra la civiltà e la barbarie.
Una dirittura morale pagata con la vita, che ancora oggi rimane una delle pagine più nobili e limpide della storia della Repubblica.
