Sappiamo tutti di cosa stiamo parlando, di quella che generalmente veniva chiamata “naja” e per la precisione per quanto ci riguarda “naja alpina”. Già prima dell’unità d’Italia in alcuni stati preunitari era stata istituita una forma di leva obbligatoria, come il Regno di Napoli. La prima apparizione ufficiale risale al 1802 nella Repubblica Italiana Napoleonica mantenuta poi nel Regno d’Italia Napoleonico e nel Regno di Sardegna, fino alla coscrizione obbligatoria adottata nel neonato Regno d’Italia con leggi del 1875 e del 1876 che ne stabilivano le regole e l’attuazione.
Spesso viene citato l’art. 52 della Costituzione, che stabilisce che “La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino” e che “Il servizio militare è obbligatorio nei limiti e modi stabiliti dalla legge”, infatti è con questo articolo che la naja viene mantenuta alla nascita della Repubblica Italiana, almeno fino alla sciagurata legge “Martino” n. 226 del 23 agosto 2004 che ne decretava la sospensione dal 1° gennaio 2005. Veniva così eliminato, con un troppo veloce colpo di spugna, un tassello del processo di maturazione dei giovani italiani, dei cittadini del futuro.
Via la visita di leva, uno strumento di censimento dello stato di salute dei nostri giovani, stop ad un’esperienza formativa e un rito di passaggio per molti giovani italiani. La naja contribuiva alla formazione instillando un senso di responsabilità, rispetto delle regole e disciplina, consapevolezza del proprio ruolo nella società e il legame con la nazione, favoriva l’incontro e la convivenza tra giovani provenienti da diverse regioni e contesti sociali, promuovendo l’integrazione e la coesione nazionale.
L’esperienza lontano da casa favoriva l’acquisizione di autonomia e capacità di autogestione, richiedeva di adattarsi a nuove situazioni e convivere con persone diverse, l’addestramento militare contribuiva a migliorare la forma fisica e la resilienza mentale e la condivisione di esperienze e difficoltà creava forti legami tra i commilitoni. Nell’enorme calderone del servizio militare obbligatorio c’era naja e naja. Ve lo dice uno che ha bazzicato sia caserme di reparti alpini che di altre specialità di fanteria. Per non parlare poi delle altre “Armi” cioè Aviazione e Marina.
Ma la naja alpina è la nostra, dove tutta la funzione sociale descritta prima era pienamente realizzata. Una naja particolare come quel cappello con la penna nera, come il reclutamento regionale, come l’ambiente montano in cui ci si addestrava, come i muli che solo gli alpini avevano.
Tanti di noi ricordano le notti e i giorni in montagna, le marce, gli zaini, il sole, la polvere, la gavetta, il cibo delle cucine da campo, l’odore dei gas di scarico dei camion, l’odiata sveglia al mattino, l’incanto della neve fresca sugli alberi, i colpi dei mortai, il canto della Maria Grazia, il fischio del vento fra i larici, il russare dei compagni in camerata, la tenda, il materassino sempre bucato, la radio che pesava come un macigno, il saccopelo con le piume d’oca, il corso sci, il corso roccia, gli imboscati, le uose, la distribuzione della posta e quella del rancio ai campi, le bustine del cordiale, le racchette, i colori delle foglie d’autunno, quelli della bandiera sul pennone all’alzabandiera.
Noi siano i figli di quella naja, la naja alpina e non sorprendetevi se rivendichiamo con forza la necessità di un esperienza simile per i giovani della nostra nazione, come non dovete sorprendervi se tanti Alpini, grazie a quel servizio militare obbligatorio svolto, scelgono poi di impegnarsi nel volontariato per le comunità in cui vivono.
Luca Parenti
Capogruppo
