
Ho ritrovato ultimamente, su uno scaffale della mia casa in montagna, un libro in seconda edizione del 2002 scritto da Alberto Turinetti di Priero intitolato “La Battaglia delle Alpi”. Il libro descrive le operazioni militari svoltesi in Val Susa, dopo l’entrata in guerra dell’Italia contro la Francia e fino all’armistizio del 25 giugno 1940.
Ma non è solo un libro di cronaca bellica, è molto ben descritto anche il contesto precedente al conflitto e gli strascichi lasciati nelle popolazioni dopo. La rilettura mi ha fatto ancora una volta riflettere sull’assurdità delle scelte prese in quegli anni in nome della Propaganda di Patria e sulle conseguenze che alla storia del nostro paese tutto ciò portò.
Prima riflessione, perché la guerra? E Perché la guerra contro la Francia? La Val Susa (ma questo vale per l’intero territorio alpino occidentale, dalla Val d’Aosta fino al territorio di Nizza) per la sua connotazione geografica è sempre stato territorio di contatto culturale con la Francia. Ha dei valichi stradali (Monginevro e Moncenisio) più facilmente valicabili che in altre zone delle Alpi, un tunnel ferroviario che dal 1871 collega Bardonecchia con Modane.
Sotto il Ducato di Savoia ed il Regno di Sardegna fino al 1860 fu territorio unico. Non fu teatro di guerra nel Primo conflitto mondiale ma il regime a partire dagli anni ’30 penso di militarizzare il confine, vennero costruite moltissime opere di ingegneria militare (caserme, forti, strade ardite, triceramenti); nel 1940, descrive minuziosamente il libro, non vi era paese piccolo o grande della valle che non avesse un proprio distaccamento militare
Ma nonostante questa militarizzazione la popolazione da una e dall’altra parte pensava che la guerra non vi sarebbe mai stata, di certo nessuno la voleva. Il giorno dei primi combattimenti, il 21 giugno, anche se formalmente eravamo già in guerra (dal giorno 10 con la Dichiarazione presentata da Mussolini agli Ambasciatori) vi erano francesi a Bardonecchia e Susa e italiani a Modane e Briançon, perché nessuno pensava si sarebbe mai sparato.
Perché dunque? Solo perché il regime fascista potesse sedersi al tavolo dei vincitori per una Guerra vinta contro una Stato che in quei giorni stava soccombendo all’avanzata tedesca (il maresciallo Pétain il 17 giugno avrebbe preannunciato la resa). L’entrata in guerra dell’Italia venne considerata dai francesi come il più grande dei tradimenti, una coltellata alle spalle. Ed anche per questo che nei pochi giorni di combattimenti sulle Alpi, in Val Susa nel caso specifico, gli italiani non sfondarono.
Non sfondarono per una incredibile serie di errori di strategie militari e di impreparazione, ma anche perché i francesi si sentirono traditi da coloro con i quali, fino a pochi giorni prima, si incontravano sul confine per “bere e giocare a carte” (è un episodio narrato nel libro). Seconda riflessione, la” Battaglia delle Alpi” costituì l’entrata in Guerra dell’Italia ma subito emerse ciò che poi sul fronte Greco/Albanese e soprattutto in Russia avrebbe provocato ben più gravi conseguenze in termini di perdite umane. Per vincere le guerre non basta la Propaganda.

I nostri soldati affrontarono i combattimenti in quota nel tentativo di invadere i territori oltre le Alpi assolutamente mal vestiti e male armati. Il fucile in dotazione era il Modello 91, con poche modifiche dalla Prima Guerra Mondiale (gli Alpini l’avevano soprannominato “Il pietoso” perché non uccideva, feriva soltanto). Le divise erano di un tessuto chiamato “Lanital” inadeguato all’Alta Montagna, gli unici indumenti pesanti erano le camicie di flanella e le calze di lana, per il resto giubbe e calzoni corti legati sotto il ginocchio dai lacci, anche le scarpe erano un modello del 1912.
L’’equipaggiamento più pesante era stato Comandi militari. Più avanti gli Alpini vennero mandati a combattere nella steppa russa, territorio di certo non adatto alle caratteristiche di preparazione militare del Corpo. Nei giorni della “Battaglia delle Alpi” vi furono i primi episodi di impreparazione, forse sarebbe meglio dire improvvisazione, logistica. Un primo ordine di avanzata arrivò il 17 giugno, in concomitanza con la resa ai tedeschi annunciata alla radio dal maresciallo Pétain, ma subito dopo vi fu un contrordine.
Poi venne annunciata una data di inizio combattimenti per il giorno 23, ma, due giorni prima, il 21, fra la sorpresa e lo sconcerto, da Roma arrivò improvvisamente l’ordine: si spara! L’improvvisa decisione venne presa perché era convinzione che l’esercito francese nella valle della Maurienne, parallela alla Val Susa, fosse in rotta e quindi non avrebbe opposto resistenza.

Ma non era vero assolutamente, le notizie non erano state verificate. Così come non si aveva, sui valichi e nella zona appena oltre confine, una esatta conoscenza delle opere difensive e della presenza dei soldati francesi. Furono proprio le piccole guarnigioni dei Forti Francesi (Arrondaz, Frejus, Pas du Roc, Valle della Rho, Valle Stretta) che opposero una indomita resistenza ad ogni tentativo di avanzata.
L’unico sfondamento in territorio francese fu al Colle stradale del Moncenisio dove intervennero anche i Carri Armati. Ma in Alta Montagna bisognava avere strategie, conoscenza del territorio e, come detto, anche l’equipaggiamento adatto. Mancarono comunicazioni e collegamenti strategici, alcuni distaccamenti rimasero isolati. Si arrivo al punto che in alcuni punti i soldati italiani appresero della fine delle ostilità a seguito dell’Armistizio direttamente dai francesi che smisero di sparare e uscirono con le bandiere bianche dai loro rifugi.
Molti dei congelati italiani ricevettero anche le prime cure proprio dai soldati contro i quali fino a poche ore prima avevano combattuto. Si è detto che il movimento di sovvertimento al Fascismo, la nascita anche della Resistenza, trovò alimento dalla Campagna di Russia che nel rilevare l’impreparazione, la faciloneria degli Alti Comandi e della classe politica fece di tanti combattenti degli oppositori al Fascismo stesso. Anche in quei giorni crebbe il primo seme di questa reazione.
E’ cronaca che Mussolini venne in Val Susa 4 giorni dopo la fine del conflitto ma il corteo venne fermato ad Oulx, non arrivò fino a Bardonecchia perché serpeggiava fra gli Alpini feriti e non, una pericolosa aria di fronda. Noi Alpini apparteniamo alla nostra Associazione perché abbiamo svolto il servizio militare, allora obbligatorio, in un Corpo Armato dello Stato. Abbiamo, in genere, appreso e fatto nostri tanti buoni valori che, dopo la fine del Servizio militare, nelle giovani generazioni molto latitano. Onoriamo il ricordo dei morti, non solo i “nostri”, che combatterono per il nostro paese a causa di scelte sbagliate, perché fondamentalmente la Guerra non è mai una scelta giusta.
Ci piace definirci “testimoni di pace” perché continuando a ricordare il sacrifico di chi donò la propria vita in Guerra (ed anche nelle tante “Missioni di pace” degli ultimi anni, da Nassirya all’Afganistan) possiamo sottolineare che la Guerra va sempre rigettata. Il motto della nostra ultima Adunata Nazionale (Vicenza maggio 2024) è stato “Il sogno di Pace degli Alpini”. È un sogno che dobbiamo continuare ad alimentare più che mai in questo periodo di oscuri scenari.
Claudio Ulivi
