9 Settembre 2026

L’Adunata Nazionale degli Alpini a Genova, giunta alla sua 97° edizione, si è conclusa lasciando dietro di sé una scia di profonde spaccature politiche e sociali. Se da un lato migliaia di “penne nere” hanno sfilato tra l’affetto di gran parte della cittadinanza, dall’altro la città è diventata il palcoscenico di una durissima contestazione ideologica che ha visto contrapposti collettivi transfemministi, l’amministrazione comunale e le opposizioni di centrodestra.

Fin dai giorni precedenti l’apertura ufficiale dell’8 maggio, il centro storico di Genova è stato tappezzato di scritte offensive e volantini anonimi. Messaggi come “Attenzione Alpini, molestatori in città”, “Remigriamo gli Alpini” e “Alpini e militari, molestie seriali” sono apparsi sui muri dei vicoli. Particolarmente violenti sono stati alcuni manifesti che recitavano “Saluti da Genova, Alpini assassini”, accompagnati da un fotomontaggio della Cattedrale di San Lorenzo in fiamme, o interrogativi sprezzanti sulla gestione dei rifiuti: “Ma quindi queste merde di Alpini vanno nell’umido o nel secco?”.

Senza contare anche il furto di uno striscione esposto dagli Alpini di Sampierdarena presso la chiesa di S. Gaetano, commesso da un gruppetto di anarchici. Oltre alla violenza verbale, si sono registrati episodi di ostilità fisica: in via San Bernardo, un gruppo di Alpini seduti ai tavolini di un locale è stato bersaglio di un lancio di barattoli di vetro da una finestra, fortunatamente senza causare feriti. Anche la logistica ha alimentato il malumore: la chiusura di scuole, parchi e mercati rionali come quelli di via Tortosa e Terralba è stata duramente criticata dai sindacati e dagli ambulanti, che hanno parlato di una “città piegata” alle esigenze dell’evento.

Al centro della polemica femminista si è posto il collettivo Non Una Di Meno, che ha diffuso un vademecum intitolato “Adda Passà ‘a adunata!”. Il documento invitava le donne e le persone LGBTQIA+ a girare armate di fischietto per segnalare molestie e catcalling, denunciando una presunta “maschilità tossica” e un “cameratismo militaresco” intrinseci al corpo degli Alpini.

A incendiare ulteriormente gli animi è stato il post sui social di Lorena Lucattini, direttrice amministrativa della Procura di Genova ed ex candidata con Alleanza Verdi Sinistra (Avs). Lucattini ha scritto nel suo profilo Facebook, testuali parole “Ci siamo ereditati questa pagliacciata del raduno degli Alpini, che ci occupano scuole e palestre, almeno si pagassero gli alberghi! Bloccano una città per 3 giorni, la sporcano, bevono, fanno casino, ma a cosa servono questi raduni a spese della collettività. Non vedo l’ora se ne vadano ancora prima che arrivino”, scatenando l’indignazione del centrodestra nazionale e locale.

Nonostante le successive scuse formali in cui la funzionaria ha parlato di un’espressione “colorita e sbagliata” dettata dalla preoccupazione per i disagi cittadini, il caso è rimasto una ferita aperta nel dibattito istituzionale. La discussione politica si è polarizzata attorno alla figura del sindaco Silvia Salis. Le opposizioni di centrodestra (Lega, Fratelli d’Italia, Vince Genova e Noi Moderati) hanno accusato la prima cittadina di “imbarazzante silenzio” e di non aver preso tempestivamente le distanze dagli insulti rivolti agli Alpini.

La tensione è esplosa quando la maggioranza in Comune ha bocciato un ordine del giorno della Lega a difesa dell’onore delle penne nere, giudicato “divisivo” dall’assessore alla sicurezza. Un paradosso istituzionale si è verificato con il Consiglio Regionale della Liguria, dove invece è stato approvato all’unanimità un documento di solidarietà agli Alpini. Questo “cortocircuito” è stato cavalcato dal centrodestra per sottolineare come la sinistra regionale avesse, di fatto, “scaricato” la linea dura della Giunta Salis. Il sindaco ha risposto invitando a non trasformare l’evento in uno “scontro di trincea” e chiedendo tolleranza zero per le molestie, pur precisando che le colpe dei singoli non possono macchiare un’intera comunità.

La polemica non si è placata nemmeno dopo la sfilata conclusiva, a causa delle grafiche pubblicate dalla rete Liguria Rainbow per presentare il prossimo “Liguria Pride”. I post social, utilizzati come “esca” per attirare l’attenzione sull’evento di giugno, contenevano il cappello alpino e slogan pesantissimi riferiti agli Alpini e all’Adunata: “Al machismo e al militarismo, alle penne in erezione che occupano la nostra città, preferiremo sempre delle favolose piume”. Un’altra grafica recitava provocatoriamente: “Not all Alpini Gne gne gne” adattamento del “not all men” utilizzato per criticare chi nega la radice culturale della violenza di genere.

Il centrodestra è andato all’attacco definendo questi contenuti “disgustosi e volgari”. Alessandra Bianchi (FdI) e Paola Bordilli (Lega) hanno chiesto alla sindaca di revocare il patrocinio al Pride e di esigere scuse pubbliche, parlando di una “campagna d’odio” che svilisce il sacrificio e la solidarietà degli Alpini. Ilaria Cavo (Noi Moderati) ha posto un aut aut alla sindaca: “O sta con gli Alpini o sta con il Pride”. Quello che balza agli occhi è il fatto che un movimento che ha la sua ragion d’essere nell’inclusione, predichi in maniera così smaccata l’esclusione per una categoria di persone solo perchè ha fatto parte di un corpo militare, facendo di tutta l’erba un fascio.

Dal canto suo, il coordinamento Liguria Rainbow ha replicato rivendicando l’indipendenza della manifestazione e spiegando che il riferimento al “Not all Alpini” era una critica alla retorica che nega la radice culturale della violenza di genere. L’assessore alle Politiche di Genere, Rita Bruzzone, ha infine chiarito che il patrocinio al Pride, se richiesto, sarà concesso in nome della libertà di espressione, sottolineando che l’amministrazione non esercita “censura preventiva” sulle associazioni cittadine. L’Adunata di Genova 2026 rimarrà dunque agli atti non solo per i 400.000 partecipanti e il ritorno dei muli (nonostante i pasticci burocratici che hanno tenuto a casa quelli di Vittorio Veneto), ma come uno dei momenti di più alta tensione ideologica nella storia recente della città.

Nelle immagini sopra, si possono vedere vari esempi di volantini e scritte murali, si può notare come si critichino le divise e i militari, ma si usino espressioni violente e minacce anche di morte. Sotto le grafiche del gay pride ligure, con slogan demagogici, permeati di ideologia spicciola. Ma tranquilli perchè le polemiche sono state inutili, non sono servite a niente, perchè l’Adunata è stata un successo. Perchè l’Adunata la fanno gli Alpini portando umanità, allegria e voglia di stare assieme.

 

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