QUANDO GLI ALPINI TRASFORMARONO UNA TRAGEDIA NELLA NASCITA DEL VOLONTARIATO MODERNO

La scintilla fu l’Orcolat, un nome che vuol dire “Orcaccio” in friulano. Una leggenda racconta che sia imprigionato in una grotta sotto il monte San Simeone, e che nei tentativi di liberarsi faccia tremare la terra e provochi i terremoti. Ci sono eventi che cambiano la storia di un territorio ed altri che cambiano il modo stesso di intendere la solidarietà. Il terremoto che colpì il Friuli la sera del 6 maggio 1976 appartiene a entrambe le categorie.
Alle ore 21.00 una violentissima scossa di magnitudo 6,5 devastò gran parte della regione, provocando quasi mille vittime, migliaia di feriti e oltre centomila sfollati. Interi paesi della fascia collinare e montana – Gemona, Venzone, Trasaghis, Osoppo, Majano, Buja, Forgaria, Artegna e decine di altri comuni – vennero gravemente danneggiati o praticamente rasi al suolo. Gli stessi alpini in servizio pagarono il loro tributo all’Orcolat.
Tre palazzine della caserma GoiPantanali di Gemona crollarono e in tutto furono 32 gli alpini di leva che non ce la fecero, svariate decine i feriti. A rendere ancora più difficile la situazione fu il susseguirsi di numerose scosse di assestamento che culminarono, nei mesi di settembre, in nuovi violenti terremoti che inflissero ulteriori danni a edifici già compromessi. Per migliaia di famiglie sembrava impossibile immaginare un futuro.

Eppure, proprio da quella immensa tragedia nacque uno dei più significativi esempi di solidarietà organizzata della storia italiana. Fra i primi a mobilitarsi vi furono gli Alpini dell’Associazione Nazionale Alpini. Non erano militari in servizio, ma uomini comuni: operai, artigiani, impiegati, agricoltori, professionisti e pensionati che, terminato il servizio di leva, avevano continuato a vivere i valori appresi nelle Truppe Alpine.
Senza attendere direttive ufficiali, migliaia di penne nere partirono spontaneamente da ogni parte d’Italia con pale, picconi, motoseghe, camion e mezzi propri. L’obiettivo era semplice quanto straordinario: aiutare le popolazioni colpite. Fu una mobilitazione senza precedenti. Le Sezioni ANA organizzarono colonne di volontari che raggiunsero il Friuli già nelle prime ore successive al sisma. Gli Alpini sgomberavano macerie, montavano tendopoli, distribuivano viveri, costruivano baracche, ripristinavano acquedotti e linee elettriche, recuperavano materiali, assistevano anziani e bambini.
In molti casi lavoravano fianco a fianco con i militari delle Brigate Alpine, dimostrando come il legame tra Alpini in armi e Alpini in congedo fosse molto più di un semplice ricordo del servizio militare. Ma ciò che colpì maggiormente l’opinione pubblica fu il loro modo di operare. Gli Alpini non cercavano visibilità né riconoscimenti. Arrivavano, lavoravano in silenzio e ripartivano quando il loro compito era concluso. Una concretezza che conquistò immediatamente la fiducia delle popolazioni friulane e delle istituzioni.

L’eco di quell’opera di soccorso superò rapidamente i confini nazionali. Le immagini dei paesi distrutti e dell’infaticabile lavoro degli Alpini raggiunsero anche gli Stati Uniti d’America, dove viveva una numerosa comunità di origine friulana. Moltissimi emigrati si mobilitarono per aiutare la loro terra d’origine, promuovendo raccolte fondi attraverso associazioni, enti locali e organizzazioni benefiche. Anche il Governo degli Stati Uniti sostenne iniziative di assistenza e ricostruzione nell’ambito degli aiuti internazionali destinati al Friuli, mentre le comunità italoamericane diedero vita a una straordinaria gara di solidarietà.
Proprio in quel contesto maturò una decisione destinata a diventare storica. Una parte consistente delle risorse raccolte negli Stati Uniti fu affidata direttamente all’Associazione Nazionale Alpini. Non si trattò di una scelta casuale, ma del riconoscimento della credibilità che gli Alpini avevano conquistato sul campo. La loro organizzazione, la trasparenza nella gestione delle risorse, la rapidità d’intervento e il rapporto diretto con le comunità locali offrivano la garanzia che ogni contributo sarebbe stato impiegato integralmente per opere concrete.
Fu un atto di fiducia straordinario. Invece di disperdere gli aiuti in una moltitudine di interventi, si preferì affidarli a un’organizzazione che aveva già dimostrato efficienza, serietà e capacità amministrativa. Gli Alpini trasformarono quelle donazioni in edifici destinati a durare nel tempo: scuole, asili, centri sociali, strutture comunitarie e opere pubbliche che ancora oggi rappresentano un patrimonio tangibile della ricostruzione friulana.
Molti edifici conservano tuttora una targa che ricorda il contributo degli Alpini e delle donazioni provenienti dagli Stati Uniti, testimonianza concreta di una solidarietà capace di attraversare l’oceano. Quel modello operativo colpì profondamente anche le istituzioni italiane. Per la prima volta un grande corpo di volontari, perfettamente organizzato, dimostrava di poter affiancare efficacemente lo Stato nelle emergenze.

Gli Alpini avevano evidenziato quanto fosse prezioso disporre di persone già addestrate al lavoro di squadra, abituate alla disciplina, alla vita in ambienti difficili e all’impiego di mezzi tecnici. L’esperienza del Friuli rappresentò così la scintilla che portò l’Associazione Nazionale Alpini a strutturare in modo permanente la propria attività di soccorso. Quella che inizialmente era stata una mobilitazione spontanea si trasformò progressivamente in una vera organizzazione di volontariato.
Negli anni successivi nacquero i primi nuclei specializzati, furono organizzati corsi di formazione, vennero acquistati mezzi dedicati e predisposti piani operativi sempre più efficienti. Da quella intuizione sarebbe nata la moderna Protezione Civile dell’Associazione Nazionale Alpini, oggi una delle più importanti realtà del volontariato italiano. Migliaia di volontari operano in tutte le regioni, pronti a intervenire in caso di terremoti, alluvioni, incendi boschivi, frane, emergenze sanitarie, nevicate eccezionali e grandi eventi.
Le competenze si sono ampliate nel tempo comprendendo logistica, telecomunicazioni, antincendio boschivo, cucina da campo, assistenza alla popolazione, idrogeologia, impiego di droni, unità cinofile e numerose altre specializzazioni. Il filo che lega tutte queste attività conduce però sempre al Friuli del 1976. Fu lì che gli Alpini compresero come il patrimonio umano custodito dall’Associazione potesse diventare una risorsa permanente per il Paese.

Non bastava ritrovarsi nelle manifestazioni o coltivare il ricordo del servizio militare: bisognava mettere a disposizione della collettività competenze, tempo e spirito di sacrificio. Da allora la Protezione Civile dell’ANA è intervenuta praticamente in tutte le maggiori emergenze italiane: dall’Irpinia all’Umbria e Marche, dal Molise all’Abruzzo, dall’EmiliaRomagna al Centro Italia colpito dal sisma del 2016, fino alle numerose alluvioni che hanno interessato il Paese negli ultimi decenni.
Ogni volta lo stile è rimasto immutato: presenza discreta, organizzazione, efficienza e assoluta gratuità del servizio. Il terremoto del Friuli non fu soltanto una delle più gravi calamità del dopoguerra italiano. Fu anche il momento in cui prese forma un nuovo modo di fare volontariato organizzato. Gli Alpini dell’Associazione Nazionale Alpini dimostrarono che la solidarietà, quando è sostenuta da preparazione, responsabilità e spirito di servizio, può diventare una forza capace non solo di affrontare un’emergenza, ma anche di ricostruire la speranza.
A cinquant’anni da quei giorni, il ricordo delle macerie si accompagna ancora all’immagine di migliaia di penne nere che lavoravano instancabilmente tra le case crollate. È un’eredità che continua a vivere in ogni volontario dell’ANA chiamato a intervenire in un’emergenza, ricordando che il motto alpino “Per gli Alpini non esiste l’impossibile” trova il suo significato più autentico non sul campo di battaglia, ma nel servizio silenzioso reso alle comunità in difficoltà.
Il Friuli insegnò all’Italia che la ricostruzione non nasce soltanto dal cemento e dai finanziamenti, ma soprattutto dalla fiducia, dall’organizzazione e dalla capacità di uomini e donne di mettersi gratuitamente al servizio degli altri. Ed è proprio questa la più grande eredità lasciata dagli Alpini del 1976.
