
C’è un’Italia che non si arrende al grigiore, che non ci sta a vedere le proprie città ripiegate su se stesse, preda della paura e dello smarrimento. È l’Italia più vera, quella che profuma di sacrificio, di solidarietà e di sani valori della tradizione. Questa Italia, dal sapore antico ma incredibilmente vivo, ha invaso pacificamente i vicoli e le piazze di Genova, dall’8 al 10 maggio scorsi. L’Adunata Nazionale degli Alpini non è stata semplicemente un evento, no! È stata un’esplosione di umanità, una scossa di autentico patriottismo che ha risvegliato l’orgoglio della Superba, dimostrando al mondo intero cosa significhi essere una comunità unita sotto un’unica, grande bandiera: il Tricolore.
Per tre giorni, Genova si è trasformata, chi profetizzava caos, chi guardava con distacco o diffidenza all’arrivo di centinaia di migliaia di “Penne Nere”, è stato letteralmente travolto da un’onda d’urto di allegria, spensieratezza e genuina fratellanza. I genovesi, popolo storicamente descritto come introverso, fiero e talvolta chiuso, hanno abbattuto ogni barriera, spalancando le porte delle proprie case, dei propri negozi e, soprattutto, dei propri cuori.
La risposta della cittadinanza è stata a dir poco commovente: una partecipazione di massa, sana, pulita, che ha restituito la città ai suoi legittimi proprietari, i cittadini. Dalle alture di Righi fino al cuore pulsante di Piazza de Ferrari, dai caruggi millenari al Waterfront di Levante, non c’era un solo angolo di Genova che non sventolasse una bandiera italiana. Le fonti locali e le cronache di quei giorni descrivono uno spettacolo bello, fatto di finestre addobbate col tricolore, striscioni di benvenuto indirizzati agli Alpini giunti da ogni dove e una marea di famiglie, anziani e bambini in strada per festeggiare e salutare il passaggio degli Alpini.

I commercianti, gli artigiani, i ristoratori genovesi hanno risposto con un entusiasmo. I vicoli, spesso svuotati dalla crisi o resi insicuri dal degrado, hanno ripreso a pullulare di vita vera. Si è respirata un’atmosfera da favola, dove il profumo della focaccia calda si fondeva con i canti tradizionali intonati agli angoli delle strade. Questa è stata la risposta della Genova che lavora, che soffre e che spera: un’accoglienza a braccia aperte, senza riserve, fondata sul rispetto reciproco e sull’amore per quegli uomini che, in ogni emergenza nazionale – dai terremoti alle alluvioni – sono sempre i primi ad arrivare e gli ultimi ad andarsene.
Non è stata una festa per pochi eletti, ma una grandiosa e oceanica festa di popolo! Gli Alpini hanno portato con sé quel carico di sana spensieratezza di cui la nostra gente, schiacciata dalle preoccupazioni quotidiane, aveva disperatamente bisogno. Le piazze si sono trasformate in enormi palcoscenici di convivialità, dove un bicchiere di vino e un sorriso valevano più di mille parole. Ma c’è un dato politico e sociale che emerge con una forza dirompente da questa tre giorni genovese, un fatto che nessuno può smentire: la presenza degli Alpini ha trasformato in meglio, e in modo radicale, il centro cittadino. Troppo spesso siamo costretti a leggere cronache cittadine fatte di degrado, spaccio, microcriminalità e aree urbane dove la sera diventa un azzardo camminare.

Ebbene, dall’8 al 10 maggio, la musica è cambiata! La pacifica ma imponente “invasione” delle Penne Nere ha letteralmente bonificato il territorio. La sicurezza non si fa solo con i decreti, si fa con la presenza, con il presidio del territorio, con la luce della legalità e della gioia che scaccia le ombre della delinquenza. La presenza ordinata, seppur festosa, degli alpini ha agito come un formidabile deterrente naturale. Ladruncoli, spacciatori e malintenzionati si sono dovuti fare da parte, costretti a nascondersi di fronte all’autorità morale e alla solidità di un popolo in festa.

È stato un esperimento sociale a cielo aperto: laddove lo Stato talvolta fatica a garantire la tranquillità quotidiana, i valori alpini di rispetto, ordine e disciplina comunitaria hanno regalato ai genovesi tre giorni di totale libertà dal timore. Tutti hanno potuto circolare, divertirsi, cantare e ballare senza la minima preoccupazione di incappare in episodi spiacevoli. Questa è la vera sicurezza: una città viva, illuminata dal sorriso della sua gente e protetta dall’abbraccio degli Alpini. L’Adunata di Genova ha dimostrato che c’è una sete immensa di normalità, di sani principi, di amore per la Patria e di fratellanza tra la gente.
Mentre la società moderna spinge verso l’isolamento individualista, verso lo schermo di uno smartphone, il popolo degli Alpini ha risposto riempiendo le piazze fisiche, stringendo mani, abbracciando sconosciuti e creando una catena umana di solidarietà che ha unito il Nord e il Sud della Penisola, con Genova come splendido baricentro. Le bande che suonavano, le sfilate impeccabili, il silenzio commosso durante il ricordo dei caduti: ogni momento è stato una lezione magistrale di civiltà. I giovani genovesi hanno potuto vedere con i propri occhi cosa significhi lo spirito di corpo, l’altruismo e la dedizione verso il prossimo.
Non sono concetti astratti scritti sui libri, sono valori che camminano sulle gambe di quegli uomini che indossano quel cappello con la penna nera. Quando, nella serata del 10 maggio, gli ultimi pullman hanno lasciato la Liguria e le bandiere hanno continuato a sventolare su una Genova stanca ma immensamente felice, il sentimento comune era uno solo: la gratitudine. Genova ha risposto “Presente!” all’appello, e lo ha fatto con un calore che rimarrà scolpito nel cuore degli Alpini che sono venuti a Genova.
Questa Adunata rimarrà nella memoria collettiva come il momento in cui la città si è riappropriata della sua bellezza, della sua sicurezza e della sua gioia di vivere. Gli Alpini hanno lasciato Genova migliore di come l’avevano trovata, lasciando un’eredità di speranza e dimostrando che quando il popolo scende in piazza con il cuore pulito e l’orgoglio nazionale nel petto, non ce n’è per nessuno.
Luca Parenti
Capogruppo
