
Non è un semplice copricapo. È un altare portatile, un diario scritto con il fango delle trincee e l’aria sottile delle vette. Per chi ha vissuto la “Naja” indossandolo, esso rappresenta non un accessorio, ma un’estensione dell’anima. Per comprendere il peso di questo cappello, bisogna tornare alle origini del Corpo. È il 1872 quando, intuendo la necessità di truppe specializzate per la difesa dei confini alpini, vengono fondati gli Alpini.
Con loro nasce l’esigenza di un equipaggiamento adatto. Il cappello che oggi conosciamo non è quello delle origini. Dopo un breve periodo in cui le neonate compagnie alpine indossarono il chepì della fanteria, nel 1873 venne deciso di dotarle di un copricapo che le distinguesse. Fu scelto il “Cappello alla Calabrese” o “Cappello all’Ernani” un simbolo del risorgimento per chi combatteva le dominazioni straniere nello stivale italico.
Era un cappello di feltro nero, con la calotta troncoconica terminante a cupola, il fregio era una stella metallica a cinque punte con il numero della compagnia, sul lato sinistro semicoperta dalla fascia di cuoio, vi era una coccarda tricolore nel cui centro era posto un bottoncino bianco con croce scanalata. Un gallone rosso a V rovesciata guarniva il cappello dallo stesso lato della coccarda e sotto questa era infilata una penna nera di corvo.
Per gli ufficiali la penna era d’aquila. Solo il 20 maggio 1910 “nasce” il cappello alpino, come lo vediamo ancora oggi, in feltro di colore grigio verde, Nel 1912 fu adottato il fregio rimasto in uso sino ad oggi: un’ aquila con le ali aperte al di sopra di una cornetta, con il numero del reggimento nel tondino centrale, posta davanti a due fucili incrociati (due cannoni incrociati per gli artiglieri da montagna).
Questo cappello ha attraversato la storia. Ha visto l’orrore bianco dell’Adamello nella Grande Guerra, ha conosciuto la polvere d’Africa e il gelo mortale della ritirata di Russia, dove i cappelli alpini, ghiacciati e strappati, furono l’ultimo baluardo di dignità per uomini allo stremo. Ogni fregio aggiunto, ogni “nappina” ha raccontato la storia di reggimenti, di battaglioni, di compagnie. Una storia di fratellanza e sacrificio. Ridurre il Cappello Alpino a un paragrafo di storia militare sarebbe, tuttavia, un affronto. Il suo vero valore non risiede negli annali, ma nel cuore di chi lo indossa.
È un compendio di simboli potenti, un linguaggio silenzioso compreso solo da chi ha condiviso quella vita. La Penna è il simbolo più romantico e potente. Non è un ornamento, è una dichiarazione di appartenenza. Punta verso il cielo, verso le cime che l’Alpino è chiamato a conquistare, sia fisicamente che moralmente. È il barometro dell’umore: fiera e dritta nella bufera, orgogliosa nella parata, forse leggermente inclinata dalla stanchezza dopo una marcia estenuante.
Per l’Alpino, quella penna è il testimone silenzioso del vento delle vette, la carezza di chi è “Andato avanti”, il ricordo perenne che la fatica punta sempre verso l’alto. La Nappina è il colore della famiglia. È il filo di lana che lega l’individuo al battaglione. Che sia bianca, rossa, verde o blu, quella piccola sfera di lana è il richiamo del sangue, il simbolo dell’unione indissolubile. L’aquila ad ali spiegate che sormonta la cornetta (simbolo della fanteria) e il numero del reggimento sono la carta d’identità.
L’aquila è la regina delle Alpi, l’unica creatura che può guardare il sole senza abbassare lo sguardo. È l’emblema della fierezza, della vista acuta, della capacità di colpire dall’alto. Ma il simbolo più forte è il cappello stesso, nella sua interezza. È il guscio che protegge, il tetto della “baita” che l’Alpino porta sempre con sé. È il compagno che raccoglie il sudore della fronte, che si impregna della pioggia e della polvere, che si deforma con l’uso fino a prendere la forma esatta della testa e, metaforicamente, del carattere di chi lo porta.
Chiedete a un “vecio” cosa sia il suo cappello. Non vi risponderà che è un pezzo di uniforme. Vi racconterà, forse con un velo di commozione negli occhi, che è la sua “Naja”. Quel cappello, per chi ha fatto il militare nel Corpo, è un sacramento. Lo si riceve da “bocia” e quasi lo si teme, così nuovo, rigido, impersonale. Giorno dopo giorno, marcia dopo marcia, servizio dopo servizio, quel feltro si ammorbidisce. Si impregna di storie. Nella “fascetta” interna, il “sudore”, gli Alpini infilavano le cose preziose: la foto della morosa, la lettera della madre, il santino.
Il cappello diventava un confidente. Vedeva la paura prima di un assalto simulato, la nostalgia durante una guardia notturna, la gioia cameratesca al ritorno dalla licenza. Togliere il cappello era un segno di rispetto profondo. Ma è dopo il congedo che il cappello assume la sua dimensione più romantica e struggente. Diventa una reliquia. Non lo si indossa più per dovere, ma per orgoglio. Lo si porta alle adunate, le grandi messe laiche degli Alpini, dove decine di migliaia di penne si muovono all’unisono, creando una foresta scura e vibrante.
In quel cappello ci sono i compagni perduti, c’è il ricordo del freddo patito, dei canti alpini intonati con un nodo alla gola. È il ponte tangibile tra la giovinezza e la maturità. È la prova di aver superato i propri limiti, di aver imparato il significato della parola “fratellanza”, quella che non si sceglie, ma che si cementa nella fatica condivisa. Oggi, vedere un Alpino, giovane o anziano, che indossa il suo cappello, non è osservare un uomo in uniforme. È assistere a un atto di fedeltà. Quel cappello non copre la testa: scopre l’anima.
È l’orgoglio di chi, guardando le vette, sa di esserselo meritato col sudore, sfidando il vento, la fatica, la polvere, la pioggia e la neve, insieme ad altri come lui, prima estranei e poi compagni e fratelli, come solo la “Naja Alpina” poteva farci diventare.
Luca Parenti
Capogruppo
