24 Ottobre 2026

IL GENERALE CHE SEPPE GUIDARE GLI ALPINI CON L’ESEMPIO

Il Gen. Cantore con l’inseparabile binocolo

Antonio Tomaso Cantore, nato a Sampierdarena il 4 agosto 1860, rappresenta nella storia d’Italia molto più di un alto ufficiale: è l’incarnazione stessa dello spirito degli Alpini e il simbolo di una dedizione alla Patria che sconfina nel sacro. Figlio di un umile casellante ferroviario, Felice, e di Marianna Ferri, Cantore crebbe respirando l’aria di mare della costa ligure, ma il suo destino era scritto tra le vette. Sebbene le sue origini e gli studi tecnici sembrassero indirizzarlo verso una carriera nella Regia Marina, una forte miopia gli impedì di solcare i mari, dirottando la sua ambizione verso le forze di terra.

Entrato all’Accademia Militare di Modena nel 1878, si distinse per disciplina e rigore, venendo nominato sottotenente di fanteria nel 1880. Fu però nel 1898, con la promozione a Maggiore al comando del battaglione “Gemona” del 7° Alpini, che incontrò la specialità che avrebbe segnato la sua vita e la sua morte. Divenuto Tenente Colonnello al 4° Alpini “Aosta” nel 1903, viene poi inviato come colonnello all’88° Fanteria nel 1908. Le doti di comandante militare di Cantore emersero prepotentemente durante la formazione dell’8° Reggimento Alpini a Udine nel 1909, un’unità che egli plasmò a sua immagine, infondendo nei “ruvidi montanari” friulani e carnici, un orgoglio di corpo senza precedenti.

Il cippo eretto a Forcella Fontananegra

La sua prova del fuoco avvenne però nelle sabbie della Libia durante la guerra italoturca. Qui, al comando dell’8° Reggimento Speciale — subito ribattezzato dai soldati “Colonna Cantore” dimostrò una straordinaria capacità di adattamento tattico, guidando le penne nere in marce forzate di centinaia di chilometri nel deserto e vincendo battaglie decisive come quella di Assaba nel marzo 1913. Fu in queste terre che nacque il mito della sua invulnerabilità: nonostante gli fossero stati uccisi due cavalli sotto la sella, Cantore continuò a guidare l’attacco a piedi, incurante del piombo nemico, urlando con l’inconfondibile accento ligure il suo motto leggendario: «Avvanti! Avvanti!».

Allo scoppio della Grande Guerra, nel 1915 assume il comando della Brigata Mantova che manterrà fino alla fine di giugno. Qui Cantore diede prova di un genio militare fatto di rapidità e audacia. Ignorando la prudenza e la lentezza dei comandi superiori, occupò d’impeto il Monte Altissimo e conquistò la città di Ala il 27 maggio, spingendosi personalmente verso le linee nemiche in automobile e superando ostacoli e sbarramenti con una determinazione incrollabile. Per questi meriti eccezionali fu promosso Generale di Divisione sul campo e gli venne affidato il comando della II° Divisione del I° Corpo d’Armata che operava in Ampezzo e Cadore. Viene trasferito nel settore delle Tofane, con l’arduo compito di espugnare la fortezza naturale del “Castelletto”.

Il monumento a Cantore di Cortina d’Ampezzo

Il suo carisma e l’ascendente sui soldati erano assoluti. Gli alpini veneti lo chiamavano affettuosamente “el Vecio”, mentre i piemontesi lo conoscevano come “Toni” o “Tognin”. Cantore era un capo che non si limitava a ordinare, ma andava avanti per primo: “un umile soldato tra soldati umili”. Il suo carattere era burbero, irascibile e autoritario, spesso condito da sonore bestemmie che però la truppa percepiva come segno di una forza paterna e protettiva.

Era noto per il suo vecchio impermeabile nero e per l’uso del bastone, col quale una volta colpì un giovane soldato in preda alla frenesia del fuoco per richiamarlo al dovere, o col quale fece saltare il berretto del sindaco di Pilcante, paese vicino ad Ala, che si era presentato davanti a lui per ossequiarlo col chepì delle truppe austriache in testa, dandogli una sonora lezione di sovranità italiana. Resta celebre il suo senso di protezione verso i subalterni, come quando ordinò a un giovane sottotenente che cercava di sporgersi dal parapetto: «Si tiri indietro e lasci guardare a me, che sono vecchio».

Una rappresentazione pittorica della morte di Cantore

La morte di Antonio Cantore avvenne nel pomeriggio del 20 luglio 1915 presso la Forcella Fontana Negra. Convinto che un comandante dovesse “vedere e giudicare sul posto”, il generale si recò in un punto di osservazione avanzato per pianificare un attacco. Nonostante gli avvertimenti sulla presenza di tiratori scelti, Cantore si sporse impavido oltre un muretto di sasso per scrutare le posizioni nemiche con il binocolo. Indossava una giubba da soldato semplice per non farsi riconoscere, ma commise l’errore fatale di tenere in testa il chepì da generale con le vistose greche dorate.

La tomba di Cantore a Pocol

Dopo un primo colpo che lo mancò, Cantore mormorò sprezzante «Tiratori principianti», restando immobile al suo posto. Un secondo proiettile, sparato da un cecchino austriaco, lo colpì in pieno centro della fronte, trapassandogli il cranio. Morì all’istante, crollando tra le braccia delle sue penne nere e diventando il primo ufficiale di alto grado del Regio Esercito a cadere in prima linea durante il conflitto. Per il suo valore e il suo coraggio, gli fu conferita la Medaglia d’Oro al Valor Militare alla memoria, con la seguente motivazione “Esempio costante e fulgido d’indomito ardimento alle sue truppe, le condusse attraverso regioni difficilissime, ove il nemico si era annidato, riuscendo a sloggiarlo. Cadde colpito da palla nemica sull’osservatorio, dal quale esplorava e preparava nuovi ardimenti”.

Il suo corpo, inizialmente sepolto a Cortina, fu traslato nel 1938 nel maestoso Sacrario militare di Pocol, dove una torre di pietra domina la valle ampezzana vegliando su quasi diecimila caduti. Il mito di Cantore è stato consacrato definitivamente dalla metafora del “Paradiso di Cantore”, un paradiso riservato agli Alpini dove il Generale passa in rivista i suoi battaglioni che sono “andati avanti”. Oggi la memoria di Cantore vive in tutta Italia: l’imponente obelisco a Cortina d’Ampezzo lo raffigura con piccozza e binocolo rivolto verso le Tofane; a Trento una stele in marmo verdello sorge nella piazza a lui intitolata.

Il Sacrario Militare di Pocol dove riposa Cantore con altri 10.000 caduti circa

Vie e caserme portano il suo nome da Piacenza a Tolmezzo, e una strada di primaria importanza lo ricorda nella sua natia Sampierdarena, dove gli alpini hanno eretto un monumento con un masso proveniente direttamente dalle rocce delle Tofane bagnate dal suo sangue. Anche la Regia Marina volle onorarlo intitolandogli un cacciatorpediniere, legando così per sempre il suo nome a quel mare che da giovane non aveva potuto servire. Cantore rimane, per ogni penna nera, il “Papà” eterno che guarda l’Italia dai cieli più alti.

 

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