GENOVA 2001: LA FESTA E L’ALLEGRIA DEGLI ALPINI, L’INFERNO E LA VIOLENZA DEL G8

Ci sono anni in cui la storia decide di concentrarsi nello spazio di pochi mesi, lasciando segni indelebili nella memoria. Per Genova, quell’anno è stato il 2001. A distanza di venticinque anni, chiunque abbia vissuto quelle stagioni sa che il capoluogo ligure, la Superba, stretto tra il mare e le rocce, ha vissuto due anime opposte, due maree umane che l’hanno attraversata a breve distanza di tempo, lasciando dietro di sé ricordi e bilanci che non potrebbero essere più distanti. Da un lato, la 74ª Adunata Nazionale degli Alpini nel maggio del 2001; dall’altro, il vertice dei capi di Stato del G8 nel luglio dello stesso anno.
Due eventi macroscopici, capaci di mobilitare centinaia di migliaia di persone. Eppure, l’eredità che hanno impresso nei vicoli, nelle piazze e nel cuore dei genovesi rappresenta il giorno e la notte. Questo è il resoconto di come una città possa essere abbracciata o ferita, a seconda dello spirito di chi cammina sulle sue strade. Quando nel maggio del 2001 gli Alpini arrivarono a Genova, trovarono una città già parzialmente sotto sopra. C’erano cantieri aperti ovunque, transenne e impalcature. La città si stava rifacendo il trucco proprio in vista del G8 di luglio. Gli Alpini non si scoraggiarono: montarono le loro tende, organizzarono i loro accampamenti nelle parrocchie, nei palazzetti, negli spazi messi a disposizione.

Oltre trecentomila tra Penne Nere e familiari, si riversarono in una città notoriamente considerata dai più come “chiusa” o diffidente. Il risultato fu una straordinaria smentita dei luoghi comuni. Per tre giorni, Genova risuonò di canti corali, di fanfare che sfilavano sotto la Lanterna e di bicchieri di vino levati al cielo in segno di amicizia. La diffidenza dei genovesi si sciolse nel giro di poche ore di fronte a una marea verde che chiedeva solo di fare festa nel rispetto delle regole e del territorio. Ma il vero miracolo, quello che i residenti ricordano ancora oggi con stupore, si vide il lunedì, quando l’ultimo degli Alpini lasciò la città. Genova si risvegliò pulita.
Niente scritte sui muri secolari dei palazzi dei Rolli, nessuna vetrina infranta, nessun cassonetto bruciato. Addirittura, in molti quartieri, i volontari dell’Associazione Nazionale Alpini si erano messi a raccogliere i pochi rifiuti rimasti a terra, ripulendo i parchi che li avevano ospitati. Le Penne Nere avevano applicato la loro legge non scritta: “Lascia il posto in cui ti trovi migliore di come lo hai trovato”. La città aveva riscoperto il valore della solidarietà e di una gioia ordinata. Soltanto due mesi dopo, a luglio, lo scenario cambiò radicalmente. Il G8 portò a Genova non solo i grandi della Terra, ma anche decine di migliaia di manifestanti. La grande maggioranza delle iniziative di protesta si svolse in modo pacifico.
Tuttavia, all’interno del vasto movimento erano presenti anche gruppi organizzati che adottavano metodi violenti, riconducibili soprattutto all’area comunemente definita “Black Bloc”. Molti cittadini genovesi si ritrovarono improvvisamente in una città trasformata in un teatro di scontri, vivendo giornate di forte tensione e paura. Il contrasto con il maggio alpino fu drammatico e visibile fin dalle prime ore. Le strade del centro storico e dei quartieri limitrofi diventarono un campo di battaglia. I partecipanti a quelle giornate di guerriglia urbana non ebbero alcun rispetto per il tessuto cittadino: le vetrine dei negozi vennero spaccate una dopo l’altra, banche e attività economiche devastate, il carcere di Marassi assaltato e il portone incendiato, le auto dei residenti date alle fiamme per creare barricate, i muri storici imbrattati con vernice spray e i pavimenti stradali divelti per ricavarne pietre da lanciare.

Quando la manifestazione si concluse, Genova era una città ferita, spaventata e spogliata della sua normalità, costretta a contare i danni economici e morali di un’aggressione subita tra le proprie mura domestiche. All’interno di quel clima di esasperazione e violenza diffusa, si consumò l’episodio più tragico del G8: la morte del giovane Carlo Giuliani, avvenuta nel pomeriggio di venerdì 20 luglio in Piazza Alimonda. Per comprendere a fondo quell’evento, lontano dalle interpretazioni ideologiche, è necessario affidarsi alla ricostruzione dei fatti stabilita dalle perizie e dalle indagini giudiziarie. Nel primo pomeriggio, un veicolo fuoristrada dei Carabinieri, un Defender, rimase bloccato in Piazza Alimonda a causa dei disordini.
Il mezzo aveva le ruote forate ed era impossibilitato a muoversi. All’interno si trovavano tre giovani militari di leva, tra cui il carabiniere Mario Placanica, all’epoca ventenne, ferito e in stato di forte shock a causa del fitto lancio di pietre e oggetti che stava colpendo l’autovettura. Il Defender venne circondato e preso d’assalto da un gruppo di manifestanti armati di bastoni, spranghe e travi di legno. I vetri del veicolo vennero infranti e gli occupanti si trovarono in una situazione di immediato pericolo per la propria incolumità fisica, impossibilitati a scappare. Fu in quel preciso istante di massima tensione che Carlo Giuliani, un ragazzo di 23 anni che partecipava agli scontri con il volto coperto da un passamontagna, entrò in azione.

Giuliani raccolse da terra un pesante estintore rosso, precedentemente scagliato contro il mezzo da altri assalitori, e lo sollevò sopra la testa, portandosi a pochissima distanza dal lunotto posteriore già spaccato del Defender. La sua intenzione, evidente dalle immagini e dalle riprese video ravvicinate, era quella di scagliare con forza il pesante cilindro metallico all’interno dell’abitacolo, colpendo i militari intrappolati all’interno. Le azioni dei Carabinieri, in quei concitati momenti furono guidate soprattutto dalla paura di essere colpiti. Sentendosi in pericolo e temendo per la sua incolumità, come è naturale che sia, Placanica, dal fondo del veicolo, che aveva già impugnato l’arma d’ordinanza, sparò due colpi verso l’esterno.
Uno di questi proiettili, colpì Giuliani al volto, provocandone il crollo a terra. Nel disperato tentativo di sbloccare il mezzo e allontanarsi dall’area dell’assalto, l’autista del Defender innestò la marcia, passando sopra il corpo del giovane sia in retromarcia sia in avanti, prima di riuscire a fuggire. I soccorsi, giunti poco dopo, non poterono che constatare il decesso del ragazzo. Le indagini della magistratura esclusero successivamente la responsabilità del militare, archiviando il caso come uso legittimo delle armi per legittima difesa.
Il parallelismo tra questi due eventi non risiede solo nei numeri o nella logistica, ma nel messaggio profondo che i partecipanti hanno lasciato alla città. Da un lato, gli Alpini hanno dimostrato che si può essere una moltitudine festosa senza diventare una minaccia per la sicurezza altrui o per i beni comuni. Hanno condiviso gli spazi urbani portando rispetto per la storia, per la pulizia e per gli abitanti di Genova. Gli Alpini amano ripetere che il cappello con la penna nera non è soltanto un simbolo, ma anche un impegno. Significa sentirsi ospiti riconoscenti, rispettare i luoghi, aiutare chi è in difficoltà e lasciare dietro di sé un buon ricordo.
Dall’altro lato, le giornate del G8 hanno mostrato il volto della distruzione e dell’intolleranza, dove lo spazio pubblico è diventato un terreno di scontro e la violenza contro le forze dell’ordine e la proprietà privata è stata usata come strumento di espressione. Genova ha saputo rialzarsi da entrambe le maree, pulendo le proprie strade e ricucendo le proprie ferite. Resta però, nella memoria collettiva dei suoi cittadini, la chiara consapevolezza di quale sia la differenza profonda tra chi arriva in una città per servirla e festeggiare insieme a lei, e chi invece decide di usarla come scenario per la devastazione.
